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"Un angolo di paradiso" di Rita Veloce

11/1/2015

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​Il piede sinistro si porta avanti.
  • Che intenso profumo di fiori! –
Il piede destro si porta avanti e un altro passo è compiuto.
  • Credo venga da questa stradina…lì in fondo deve esserci un giardino, ma... a memoria non ne ricordo nessuno da quelle parti…solo scale, scale per scendere giù alla marina. Mah…è anche vero però che è tanto che non ci vado…forse è tutto diverso…forse…tutto cambia e sono cambiate tante cose in questo paesino…forse non è più nemmeno un paesino…mah…. -
Il piede sinistro è nuovamente avanti e il destro lentamente lo raggiunge; un passo per volta, adagio. La stradina è stretta e scoscesa, il tratto non è molto lungo, ma il passo della vecchina è di piombo, mentre i suoi capelli raccolti non sono nemmeno più fili argentei, ma oramai solo esigui filamenti d’un bianco ingiallito; ingiallito come le foto che conserva nel cassettone, tra le lenzuola che odorano di lavanda.
Il piede sinistro segue il destro e le bianche mura delle case sono punto d’appoggio per la mano sinistra; una mano rugosa, rattrappita, che si aggrappa e suo malgrado offre una presa più sicura. La mano destra invece stringe la punta ricurva di un bastone di fortuna; un ramo contorto come le ossa che sostiene.
  • Che profumo delizioso, ma non ricordo il nome di questi fiori…proprio non mi riesce di ricordare, ma li conosco, ne sono certa…come si chiamano…come si chiamano… -
Non è il suo pensiero a pronunciare parole, ma le sue labbra inghiottite dalle rughe, in un assolo di sussurri, lievi aneliti che ora tormentano una memoria già martoriata.
Il tempo trascorso, per scendere lo stradino, la vecchina non lo ha calcolato; forse in passato le sarebbe parso interminabile e inaccettabile sprecarne tanto per una ragione così vana, ma il tempo oramai non la spaventa più, non lotta più contro di lui, non lo odia, non lo ama, semplicemente lo ignora. Ora sa solo che si è diretta dove vuole arrivare e, adagio, senz’altro con fatica, ma vi giungerà.
Svolta l’angolo flemmatica; eccolo il “giardino” che a sé l’aveva chiamata.
Un piccolo “belvedere” con grandi vasi di coccio, qua e là, posati in terra o appesi sulla ringhiera. Rigonfi di verde fogliame tempestato di bottoncini colorati, offrono profumati boccioli o grandi corolle aperte al sole.
I vasi appesi alle ringhiere, invece, paiono rampe di lancio per lunghi steli fioriti che svettano verso il cielo o che si tuffano in basso come cascate colorate che, carezzate dal vento, quasi emulano le onde del mare che si scorgono dal magnifico panorama che si offre generoso d’immagini, come un quadro dipinto.
Uno scorcio di Paradiso, un colorato sorriso verso il cielo.
  • Ecco perché non riuscivo a capire che fiore fosse…ce ne sono talmente tanti, gli aromi si sono mescolati tutti…però…che profumo! –
Il terrazzino ha una panchina in pietra bianca, rivolta a guardare il mare, e c’è una ragazza, lì seduta, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte.
  • Picc’nè…mi posso sedere qui, vicino a te? –
La ragazza annuisce col capo e si sposta dalla sua posizione centrale per fare spazio alla vecchia signora.
Le due donne si guardano per un attimo; l’una ha la pelle liscia come i petali delle rose nei vasi lì accanto, l’occhio vivace, le labbra carnose e capelli neri come la notte che danzano morbidi nel venticello, che soffia quasi padrone di quel terrazzo, l’altra ha gli occhi già spenti, vitrei, le labbra screpolate e risucchiate dall’assenza di denti e la sua pelle è cuoio cucito quasi a nido d’ape. Un divario generazionale profondo quanto un abisso.
  • Che bel posto questo, vero “picc’nè”? Questo vento, però…pizzica… -
La vecchina tira fuori un fazzolettone dalla tasca della gonna dimenticata da ogni moda, lo piega a triangolo e lo posa sul capo, annodandolo sotto il mento.
  • Ecco qua, ora va meglio. Come ti chiami picc’nè? A chi sì fighj? –
La ragazza se la aspettava quella domanda; tipica delle persone anziane del posto: “a chi sei figlia?”.
Pochi secondi di risposta, un nome, Elisa, un soprannome e le curiosità della vecchina sono soddisfatte.
  • E che ci fa nà bella “uagliona” com’a’tte, qua, da sol? Tin ‘u uaglion? È nù mar’nar, perciò guard fiss ‘u mar? –
Elisa scuote il capo in segno di diniego, sollevando le spalle; non sembra una ragazza loquace o è solo infastidita da quella presenza profanatrice dei suoi pensieri solitari. La vecchina lo ha intuito, ma non sembra sul margine della resa e del silenzio; è tanto, troppo tempo, che non chiacchiera un po’ con qualcuno e ha forse un secolo di storie da raccontare.
  • Le vedi quelle colline di uliveti? Ho lavorato per tanti anni in quelle campagne; ogni mattina ci si alzava che ancora non era l’alba e poi tutto il giorno in ginocchio, ricurva, a raccogliere olive fino a sera. A quei tempi però la schiena, anche se indolenzita, si raddrizzava…ora, invece…che vuoi raddrizzare più… -
Elisa fa leggeri cenni con il capo alle parole della vecchia, quasi con indifferenza, senza neppure rivolgerle lo sguardo.
  • La vita era dura; ci spaccavamo le ossa per un pezzo di pane, ma…non ci lamentavamo, sai? Eravamo sempre allegre…sempre a cantare. Le sirene di terra ci chiamavano…ci sentivano persino i pescatori sulle barche… -
Gli occhi della vecchia, sono fissi verso le colline di ulivi, ma sembra che riveda tra quegli alberi, sfocate immagini ferme in un passato ormai atavico; resta così, immobile e in silenzio, quasi a riguardarle tutte, una per una, quasi a riascoltare quei canti antichi, quelle nenie, quelle risate tra contadine.
All’improvviso, la vecchia, comincia a intonare una cantilena. Elisa ne pare quasi infastidita, ma poi comincia ad ascoltarne le parole; è una canzone d’amore, un amore disperato, speranzoso, immenso e quasi se ne sente rapita.
  • Mi sposai molto giovane…mio marito era un marinaio…sempre per mare, ma mi diceva: “Tornerò sempre, il mare è mio amico” e sorrideva, carezzandomi il viso con i suoi baci. –
Una lacrima scivola a singhiozzo tra i solchi del suo viso segnato dal tempo e forse dalle troppe lacrime scese.
  • Ero incinta e lavoravo comunque, non mi pesava; non vedevo l’ora di dargli un figlio, di vederlo fiero di me…non vedevo l’ora di stringere quella creatura tra le mie braccia…di allattarlo felice…invece…
Quella parola, “invece”, suscitò finalmente l’interesse di Elisa, che cominciò a volgere il viso verso la vecchia.
  • Non tornò…non tornò più. Una maledetta tempesta me lo portò via…era il mio cuore, la mia vita…il dolore fu troppo…fu immenso…povera creatura nel grembo di una donna trafitta e lacerata dal dolore…nacque prima del tempo, ma ce la fece, sai? Era forte…come suo padre…ma a suo padre la forza non bastò… -
La sua voce ora è tremula; quel ricordo brucia ancora vivo nel suo cuore.
Il silenzio ora è sceso lapidario, sommo.
«E tuo figlio… dov’è ora, vive al paese?»
È la prima domanda che osa la giovane per spezzare quel silenzio divenuto improvvisamente sconveniente, perché troppo doloroso per la poverina; ma la giovane non sa di aver aperto un ennesima piaga nel petto della vecchia.
  • Sono molti anni che non c’è più; se lo portò via un male…una madre non dovrebbe mai sopravvivere ai suoi figli… -
Rispose, quasi sentendo sul cuore una colpa non sua.
  • Sai, picc’né…la morte non mi fa paura…io l’aspetto serena, perché so che di là ci sono i due pezzi più grandi del mio cuore…ma è beffarda la maledetta, si è dimenticata di me…
«Perché…quanti anni hai, “nonò”?» chiede Elisa con curiosità, all’ascolto di quella strana “accusa” alla morte.
  • Centosei, picc’né…il tempo si è dimenticato di fermarsi…la morte di prendermi e…la gente neanche sa più il mio nome…oramai quelli che mi conoscevano sono tutti “andati”…sono rimasta solo io…solo io…sola… -
Ora Elisa non sa più cosa dire; di certo è che fa fatica a crederle. Centosei anni; può mai essere? In paese fa clamore se un vecchio arriva ai cento, possibile che di lei si siano davvero dimenticati tutti?
ˊ«Come ti chiami, “nonò”?»
  • Angelina…Angelina Grecale, come il vento…10 maggio 1909…il mese delle rose, ma dove sono nata io, “figlia mia”, si sentiva solo l’odore del fieno e lo sterco “du ciucciaredd”; mia madre mi partorì nella stalla di mio nonno…non fece in tempo a salire in casa…ricordo che mi diceva sempre sorridendo: “t’niv frett, nun putiv asp’ttà”. -
A Elisa sfuggì un sorriso; quella vecchietta cominciava davvero a piacerle. Chissà a quanti eventi aveva assistito, aveva respirato e sofferto la guerra; ha decisamente vissuto appieno un intero secolo di storia.
  • Io non ce l’ho con il mare, sai? Il mare era suo amico e un amico ridà sempre indietro ciò che prende in prestito e, lui, me lo restituì…su una spiaggia lontana, ma me lo restituì… -
Angelina guarda verso l’orizzonte e forse i suoi occhi ancora vedono quel giovane sorridente prendere il largo in quella nave che non fece mai più ritorno. Elisa non comprende se quest’ultima frase racchiudeva in sé una nota di sarcasmo o se davvero, non solo la vecchia non odiasse il mare, ma glie ne fosse addirittura grata.
«Angelina…»
La donna ebbe un piccolo sussulto, forse perché il suo nome era stato pronunciato in un momento di rapimento nel mondo dei suoi ricordi, o forse semplicemente perché era stato pronunciato ed era da tanto che non si sentiva più chiamare da qualcuno.
  • Dimmi, dì… –
«Come hai trovato la forza? Come hai fatto ad andare avanti? Io ne sarei morta o avrei voluto morire!»
  • La forza? Il cuore si era spaccato in due, ma proprio in due, picc’né…una metà era morta con lui, ma…l’altra metà doveva pensare al piccolino…povera creatura…appena nato e già orfano di padre! Non è stato facile…no, non lo è stato per niente…per niente…quante ne abbiamo passate…tante, picc’né, tante… -
Angelina china il capo come se si sentisse ancora sotto quell’immane peso.
  • Eh, figlia mia, è stata dura, le mani mi sanguinavano per il troppo lavoro e i dolori nemmeno li contavo più, ma ce l’abbiamo fatta; l’ho fatto pure studiare, sai? È diventato un medico, un bravo medico…se ne andò a Roma, ma…veniva, veniva…veniva tutte le volte che poteva e mi chiedeva sempre di andare a vivere lì, ma…a me non piace la città…guarda…guarda che paradiso qui! Guarda che mare… -
Elisa pensò che forse la poverina non avesse mai perso la speranza che il marito tornasse, forse voleva crederlo ancora tra le onde del mare, ma vivo, altrimenti sarebbe andata a vivere con suo figlio, visto che era l’unico affetto che le era rimasto o forse davvero non concepiva di vivere lontana dal suo paesello e sperava che il figlio tornasse, per trasferirsi nel suo luogo natale.
Il pensare alla vita travagliata della vecchina e alle sue discutibili scelte, le fece dimenticare la ragione del suo “esilio” in quel punto panoramico dove faceva sentire la sua voce solo il vento e lo accompagnava il suono ritmato dell’infrangersi delle onde sugli scogli sottostanti.
  • Quarant’anni fa, mio figlio venne al paese; lo vidi pallido e debole, come nemmeno quando mangiavamo solo un tozzo di pane lo era, e aveva due valige grandi…non una sola piccola, come portava di solito, sapendo di poter restare solo pochi giorni…due, grandi così…
Disse Angelina, mimando l’altezza delle valige con un braccio sollevato forse più in alto della reale grandezza da indicare.
  • Aveva studiato tanti anni e poi si è buttato nel lavoro e solo in quello. Sai quante volte gli dicevo: “Francè, ma tu così rimarrai da solo, io non camperò in eterno…quanto ti sposi una brava figliola e mi dai un bel nipotino?”.
Lui però sorrideva e mi prendeva in giro :”donne come te non ne fanno più!”.
Lavorava troppo e non poteva mai fermarsi più d’un fine settimana; ecco perché lo capii subito che c’era qualcosa di strano quando venne con quelle due valige.
“Starò con te un po’ di più questa volta…sei contenta ora?”così mi disse, ma io me lo sentivo nel cuore che c’era qualcosa che non mi voleva far sapere, qualcosa di brutto…me lo sentivo!
Il racconto di Angelina ora si interrompe; non scendono lacrime dal suo viso, sembra solo che le parole si siano tutte improvvisamente prosciugate, forse per il doloroso ricordo o forse proprio per l’arsura di chi non parlava più così tanto, da molto, molto tempo.
All’improvviso la donna fa forza sul bastone e si tira su, guarda la ragazza e le fa un sorriso, poi volge lo sguardo verso il cielo e dice:
  • Pioverà…non c’è un osso mio che non lo grida…pioverà…e io aspetto che piova…pioverà…
E così dicendo, pian piano, a fatica, un passo dietro l’altro, lentamente va via.
Elisa ha percepito una punta di sarcasmo in quel “io aspetto”; povera donna, è davvero stanca, stanca di aspettare di poter rivedere i suoi amati, ma ha onorato sempre la vita che le è stata donata.
La ragazza non ricorda davvero più quale fosse la “grave” ragione del suo dolore nell’animo quando scelse quell’angolo di paradiso per allontanarsi da tutto e da tutti, sa solo che quell’incontro inizialmente fastidioso le ha invece giovato e impresso nel cuore una lezione di vita che difficilmente dimenticherà. 
 
© Rita Veloce


1 Comment
Andrea Miceli
11/2/2015 13:56:31

Meraviglioso racconto, dove i ricordi sono la base di una nostalgica malinconia, che fa emozionare il Cuore....complimenti.

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